Giovanni Iovane su Antonio Freiles

Prima di tutto devo confessare, ancora una volta, la mia cecità cromatica.

[F.Nietzsche]

Non che io sia un pensatore (a questi era rivolta la diagnosi patologica) ma solo e unicamente per il fatto di scrivere, la neutralità è d’obbligo.

[J. Derrida]

D’altra parte, le patologie non finiscono qui e nemmeno gli ossimori su cui riflettere – o meglio pensare; le dessin est aveugle.

Il colore è daltonico o, talvolta, come la Madonna senese medievale, “ha gli occhi grossi”; la scrittura, appunto, è neutra – neuter “nessuno dei due”. Così, in questo stato neutro, qualsiasi distinzione è una questione di punti di vista; il che non è poco se si pensa alle ‘malattie” paradossali di fondo.

Il colore delle opere su carta di Antonio Freiles ha gli occhi grossi. In primo luogo perché non sono solo opere “su” ma anche “di” e ciò determina non solo una superficie ma anche un lieve spessore. Poi bisogna aggiungere delle forme geometriche che si strutturano in una sequenza ordinata; con una conveniente idiosincrasia per lo spazio euclideo e, forse, per lo spazio in genere (giacché lo spazio è il luogo dei corpi e qui.. non c’è abbastanza rilievo).

Il colore di Freiles è di terra, concettualmente e concretamente legato alla terra. E una idea di colore (uso il singolare per neutralità di scrittura e poi perché tutti possono, in virtù del proprio daltonismo, guardarli dal loro punto di vista) di vecchia data. E il piano/colore dei pitagorici, di Cartesio, di Husserl e perfino di Wittgenstein (se accettiamo come concreto lo spazio del linguaggio); insomma quello del senso comune che dice che dove c’è colore c’è idea di spazio. Lo spazio progettato è sempre colorato e il colore è sempre spaziale.

[M. Serres]

In tal modo, le opere “su” e “di” carta dell’artista sono sempre transitive e mai riflessive: si proiettano come spazio. Baudelaire ha detto che i coloristi sono “poeti epici”. Un poeta nato dall’altra parte, “dove il sole, stanco dell’impero, tramonta”, Derek Walcott dice, invece, che “tutta l’epica vola con le foglie, / via con gli astuti calcoli sulla carta marrone, / non ci fu che questa epica; le foglie…”.

Rothko e Barnett Newman ma soprattutto Morris Louis e Helen Frankenthaler (per la loro tecnica d’ impregnazione del supporto) possono essere considerati, attraverso le loro opere, esempi visivi di tale colore doppiamente epico; e anche presupposti per Antonio Freiles.

Credo che le opere di Freiles offrano un maggiore effetto (non “vedo” perché si debba ostinatamente negare o sottacere “l’effetto” alla pittura, alla buona pittura) se le si osserva in successione, una dopo l’altra. E questo non solo per amplificare le implicazioni sensibili di una pittura che è essenzialmente e originariamente idea di spazio, ma anche per una maggiore aderenza al procedimento di formazione del “campo di colore”. Tali opere, difatti, non sono rappresentative. Come aveva già notato Tommaso Trini anni fa, il “suo colore non è puro e presenta traccia del dipingere, ossia del fare. E proprio perché sono una espressione di una attività, la ripetizione peraltro mai uguale dell’immagine ci consente di parlare del processo formativo, del progetto che equilibra e ordina la sensualità istintiva dell’immagine stessa.

A differenza della determinatezza geometrica della “Systemic Painting” teorizzata da Lawrence Allowy, il motivo centrale, qui, lo stesso motivo è uno spazio segnalato unicamente dal suo essere colorato si ricomincia sempre da capo a partire da un pieno a rendere.

“Piaccia o no, l’arte è un processo lineare. Per impedire a se stessa di indietreggiare, l’arte ricorre a un concetto, quello del cliché.

[ J. Brodskij]

La storia dell’arte è una storia che procede per addizioni e affinamenti, allungando la prospettiva della sensibilità umana, arricchendo o, più spesso, condensando i mezzi di espressione”.

In questo caso è perfino ovvio sottolineare come il concetto di non arretramento, il cliché operato dall’artista, sia lo spazio colorato. Uno spazio “a rendere” (e non “da rendere” come accade nella singolarità del monocromo). In altre parole, quello, tutto quello che è reso da un paesaggio a venire.

Un carattere essenziale di questa radicale restituzione è l’assorbimento della luce nello stesso spazio colorato. Non v’è infatti alcuna partizione, direzione o sorgente luminosa esterna. Questi paesaggi a venire sono per determinazione e per cliché anti-naturalistici; sono al riparo da qualsiasi illusione.

L’antinaturalismo di Freiles è determinato concettualmente proprio dall’uso sistematico degli scarti del naturalismo, dai suoi resti – e qui naturalismo è da intendere sia come genere che come atteggiamento. Generalissimamente (o ciecamente, dalla parte della scrittura) in queste opere è presente una intensa, “addizionata e affinata” festa cromatica del linguaggio e, come tutti sanno, nei giorni di festa si fa molto per lo spirito e per la sensibilità.

Giovanni Iovane

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